COME CAPIRE E FARCI CAPIRE DAI NOSTRI FIGLI?

“Quando ci è stata fatta questa domanda, non sono stata in grado di rispondere. Ho pensato che era assurdo, che eravamo lì proprio per aiutarci in questo, che non potevano chiedere a noi di rispondere a qualcosa che non eravamo più capaci di fare ormai da molto tempo.
Ho pensato al nostro – soprattutto al mio – rapporto con Riccardo e mi è stato chiaro che la maggior parte delle volte, quando io parlo lui non ascolta, sente, ma non ascolta, non mi capisce. Forse ascolta le prime due parole e poi è come se “togliesse l’audio”.
Allora mi sono messa a riflettere su come io ascolto lui. Lo ascolto? Sì, mi sembra di sì, ma sono tutta tesa a “decodificare” quello che mi sta dicendo in funzione dei guai che potrebbero derivarne, sempre un po’ prevenuta o pensando al peggio. Gli rispondo di conseguenza, mettendo sempre davanti le mie obiezioni. Mi sforzo di far emergere un po’ di interesse verso le cose che gli stanno a cuore (per es. la musica rap) ma la maggior parte delle volte vengo smascherata presto.
Poi ho pensato a quando avevo l’età di Riccardo. Anche allora c’era un muro, mi ricordo benissimo che tentavo di avere meno interazione possibile con i miei genitori, che tentavo di fare le mie cose di nascosto, perché tanto loro non volevano mai lasciarmi fare niente. Sono convinta che niente o nessuno avrebbe potuto farmi cambiare idea su di loro, non li avrei ascoltati seriamente per nessun motivo al mondo. Raramente pensavo davvero a quello che mi dicevano: gli scenari che dipingevano erano sempre troppo brutti o catastrofici e io non volevo problemi. E pensavo tutto questo anche se in cuor mio sapevo che su tante cose avevano ragione, o per lo meno riuscivo a capire che potessero essere preoccupati, ma secondo me esageravano.
Ma allora, se è così anche Riccardo, io come faccio a parlargli? Come faccio a fargli arrivare il mio messaggio? Come faccio a farlo riflettere? Se la parola non conta più niente, è giusto continuare a comunicare in questo modo?
Ho pensato a lungo e sono arrivata alla conclusione che c’è qualcosa che in campo educativo è sempre più efficace della parola. Forse è meglio smetterla di puntare sui discorsi e far emergere il nostro pensiero solo con il nostro comportamento. Capisco che quando riesco ad essere decisa e sicura, le cose vanno meglio. Il punto è che spesso nemmeno io so cosa è giusto con Riccardo e questo mi mette in crisi. Mi sto mettendo molto in discussione, perché spesso scegliere cos’è giusto o sbagliato è molto difficile. Questo terreno è infido, ma io ho bisogno di essere una guida sicura per mio figlio.
E voi cosa ne pensate? Riuscite a farvi capire dai vostri figli? Li capite? Riflettendo su queste domande, ho capito che se non troviamo noi una risposta, nessuno ce la potrà dare. O noi cambiamo o non cambieranno neanche i nostri figli. Sono contenta di avervi come compagni di viaggio in questa avventura, la vostra compagnia mi rende serena e più fiduciosa. Grazie per la vostra testimonianza, grazie per essere in questo gruppo, grazie per l’aiuto che mi date condividendo con me/noi la vostra e nostra dolorosa avventura. Grazie compagni di viaggio!”
(dal “diario di bordo” del gruppo di parola per genitori avviato da Exodus lo scorso febbraio a Milano)

L.C.