La politica è vocazione ed esige umiltà


LA POLITICA È VOCAZIONE ED ESIGE UMILTÀ

13/07/2018

I fondatori storici della Repubblica dicevano che fare politica era una vocazione. Altri grandi uomini sempre del mondo della politica, vissuti tra il fascismo e il socialismo, le guerre, le ingiustizie, le campagne devastate, l'eccidio degli ebrei e i doppi giochi, quando ancora si credeva che la politica fosse molto lontana dai drammi che viviamo oggi, hanno ricavato un'altra definizione semplice ma radicale e autenticamente popolare e l'hanno chiamata "democrazia". Secondo quegli uomini fare politica era mettersi al servizio di coloro che li avevano votati. Questa parola è girata in fretta ed è diventata molto popolare. L'hanno amata i grandi, i piccoli, i giusti e i falsi, i persecutori e i perseguitati.
Anche il nostro Papa sta tentando di usarla per riportarla all'autenticità con la quale era partita, perché è una parola che può attraversare indistintamente l'intero mondo dei partiti e delle Costituzioni male interpretate.
Sembra troppo elementare, quasi banale, il binomio che questo Papa sta fortemente intendendo: o potere o servizio. Per arrivare fino a qui non occorre aver studiato, basta avere una coscienza e una onestà di fondo che è più facile trovare tra gli analfabeti che tra i dottori della legge.
Un altro uomo, che politico non era, nemmeno un Papa e faceva il Vescovo di una cittadina del Sud, uomo che anche io ho conosciuto perché ha ospitato nel suo Episcopio i ragazzi delle mie carovane, riportando una frase del Vangelo ha scritto: "Solo coloro che sanno legarsi il grembiule ai fianchi e lavare i piedi", sia a chi li ha puliti come a chi li ha sporchi, può fare certi mestieri. Era monsignor Tonino Bello.
Sono tre situazioni e tre interpretazioni di una politica che ha fatto del servire a due padroni, quelli delle mani sporche e a quelli della lingua salmistrata, il loro arrogante programma di vita.  Forse mi arrogo il diritto di giudicare e di suggerire ricette in tempi di politiche malate e di politici, che cammin facendo, non solo hanno perso il grembiule, ma soprattutto hanno abusato di coloro ai quali qualche tempo prima dai programmi televisivi avevano giurato fedeltà, disinteresse e nuove stagioni. Mi fermo perché vorrei cambiare marcia invitando tutti i miei amici, quelli che hanno raccolto lungo le strade i dolori veri dei poveri, a fare in fretta qualcosa. Non è giusto denunciare solo i malesseri.


Don Antonio Mazzi