02/05/2017

Sull’immigrazione si scrivono ogni giorno pagine e pagine. Cadono le nuvole grigie del razzismo, si aprono i dibattiti sulle invasioni barbariche come se l’occidente a suo tempo non le avesse fatte e ancora oggi le fa, come se la mia casa fosse sacra e le case degli altri possano essere violate, insieme ai paesaggi, alla natura e alle culture, come se i codici che dividevano nei tempi antichi gli umani in uomini liberi e schiavi si siano perpetrati all’oggi.
Sull’immigrazione si scrivono ogni giorno pagine e pagine. Sotto cieli tersi si cerca di migliorare l’accoglienza, di dare strumenti educativi a uomini e donne per affrontare i post viaggi della speranza, le post tragedie consumate nell’inferno della Libia e nel mare nostrum in balia delle onde e del destino.
Queste parole vogliono raccontare un’esperienza nata in Calabria, altra terra di poveri, dove la balia delle onde e i soccorsi istituzionali fanno sbarcare gli immigrati. Raccontare una terra dove un gruppo di ex disoccupati, impegnati nel volontariato e nelle realtà di solidarietà, incontra il metodo degli operatori Exodus - che da più di vent’anni in questa terra lavorano - e decidono di aprirsi ad una accoglienza che non sia contenimento o speculazione, ma educazione e attenzione per la persona. Raccontare questo: delle esperienze SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di Africo, Brancaleone, Montebello Jonico, delle prime accoglienze di Saline Joniche e di Melito, dove cinque centri ospitano 250 migranti.
Da tutto questo nascono le esperienze trasversali di integrazione scolastica del progetto “Don Milani 2”: una scuola del fare dove l’apprendimento e la didattica sposano le velocità esistenziali delle persone, i percorsi interiori, le difficoltà e i disagi. Dove si fa scuola nei centri ma anche nelle scuole con una fitta rete di istituzioni scolastiche che ha scelto il modello inclusivo. E dove alla fine si prende un titolo di studio attraverso un percorso formativo ed educativo atipico, bello, centrato sulla relazione.
Nascono le esperienze trasversali di prevenzione giovanile che coinvolgono neri e bianchi, educatori e istruttori sportivi, associazioni di volontariato e sportive: una intuizione di don Antonio Mazzi che invita ad investire nel lavoro di prevenzione, attraverso la magia dello sport, del teatro, della musica e dell’arte. I laboratori creativi, la pittura e la fotografia.
Nascono i team sportivi: le 17 squadre di calcio e i gruppi di arti marziale tra Montebello e Melito, il team del cricket ad Africo, il basket, gli allenamenti, le performance, gli incontri ad alta intensità partecipativa e con agonismo morbido, da fratelli che non hanno bisogno di vincere o perdere ma di ritrovarsi nelle sfumature della vita, di esserci e di riconoscersi. Ritroviamo anche il colore dell’arbitro, con un corso di formazione per direttori di gara, completato nella sua prima edizione, che vede alcuni migranti, impegnati fuori dai centri ed impegnati ad arbitrare partite di calcio che altre associazione sportive organizzano nel territorio.
E poi il lavoro con gli stage formativi in aziende, alcuni dei quali si traducono in opportunità lavorative stabili perché conquistati dalla professionalità, dall’attitudine e dalla serietà dei nostri migranti, dimostrata in diversi contesti produttivi: agricoltura, esercizi commerciali, attività marinare di pesca e altre ancora.
C’è anche ciò che non si riesce a fare, gli errori, le incomprensioni, la rabbia. Ma come è possibile farne a meno quando si opera, quando ci si mette in gioco?
Poi arriva il giorno della partenza, perché importante non è il pesce che si mangia oggi, ma l’arte di pescare che permetterà domani la vera autonomia e la vera integrazione, perché importante non è l’assistenza ma la consistenza del bagaglio con il quale si sta partendo. Su una banchina di una stazione del povero sud l’abbraccio tra un bianco e un nero, un biglietto ferroviario tra le pieghe del vestito indossato per la giornata, un papillon demodè. Si va a Milano, Roma, Venezia, in Germania, in Francia… a lavorare e non a delinquere, a vivere e non a perdersi.
Chi attraversa l’inferno lo fa sempre nel nome di principi alti, che spesso non sappiamo e non vogliamo cogliere. Fragile è questo percorso ma dalle ceneri di Cristo è nata, per fortuna, anche una Chiesa che spezza il pane e condivide il dolore, dà prospettiva e speranza, sceglie il perdono e non il giudizio.



Fondazione Exodus S. Stefano