“UNA SCUOLA COMUNITA”: EXODUS MOSTRA LA STRADA

22/07/2020


Mentre il dibattito sulla ripresa delle lezioni in presenza si concentra su mascherine, banchi, distanziamento, sanificazione e orari, nei territori sta crescendo un nuovo modello di scuola, più esperienziale e cooperativa, aperta alla città e fondata sulla qualità della relazione educativa. Una scuola-villaggio che, a Quarto Oggiaro, periferia nord-ovest di Milano, ha trovato casa in una vecchia fabbrica costruita dagli americani nel dopoguerra e messa a disposizione dall’imprenditore dei traslochi Davide Cavanna alla Fondazione Exodus fondata da don Antonio Mazzi. Che a 90 anni suonati si è messo in testa di cambiare la scuola media, il vero «buco nero» della scuola italiana. È nata così Scuola Ventura, esperienza che rientra nel Progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile e realizzato con l’istituto comprensivo statale “Trilussa” di via Graf.

«Se crediamo che la scuola media, pensata 80 anni fa, possa andare avanti così, non abbiamo capito niente», tuona il vulcanico sacerdote. Che ha dato vita al progetto Donmilani2, sulle orme del sacerdote educatore di Barbiana e del suo motto “I care”, “Mi importa”. «Agli adolescenti di oggi non possiamo proporre una scuola con lezioni frontali, interrogazioni e voti – ricorda don Mazzi -. Serve una scuola esperienziale, aperta 24 ore su 24, con laboratori, biblioteche, parchi, campi sportivi. Una scuola-villaggio, aperta al volontariato e alle migliori espressioni della società. Una scuola che, soprattutto, sia capace di non lasciare indietro nessuno».

È quello che, dallo scorso anno scolastico, stanno cercando di fare Scuola Ventura negli spazi di Makers Hub, start-up del Politecnico di Milano e partner del Progetto di Fondazione Exodus, dove hanno trovato spazio laboratori di serigrafia, teatro, tipografia, robotica, coding, stampa 3D e comunicazione digitale. Qui, quattro giorni la settimana, da settembre a febbraio (quando la pandemia ha costretto a sospendere le lezioni in presenza), sono venuti a fare scuola i ragazzini di prima della media Trilussa. Quattro classi per 73 studenti, provenienti da una delle periferie più problematiche della metropoli lombarda, che si sono messi in gioco, facendo della realtà una “materia” di studio. E quasi senza volerlo, aprendo ancor prima dell’avvento del Covid, il cantiere della “nuova scuola” di cui si parla solo in questi giorni nelle Linee guida del Ministero per la ripartenza del 14 settembre.

«I quattro pilastri su cui si fonda l’esperienza sono una buona relazione con se stessi e gli altri, l’apprendimento esperienziale, la personalizzazione dell’insegnamento e l’apertura educativa alla realtà che ci circonda», sintetizza Franco Taverna, da 35 anni coordinatore nazionale di Exodus e del Progetto, che segue da vicino l’evoluzione di Scuola Ventura, con gli educatori Exodus Francesca Aloi e Pierluigi Cupri, il responsabile di Makers Hub, Antonello Fusè. E, in collaborazione con il Centro di Ricerca sull'Educazione ai Media all'Informazione e alla Tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica, vuole “modellizzare” l’idea per favorirne la diffusione anche in altre città italiane”.

Scuola Ventura è una proposta - che funziona grazie ad una comunità educante, fatta di donne e uomini con una grande passione per i ragazzi” – ricorda Taverna. «L’esperienza della pandemia – conclude – che ci ha costretti alle lezioni a distanza, ci ha fatto capire che il processo educativo deve essere accompagnato da una buona didattica e da una buona relazione, ma anche che la scuola non può essere rinchiusa in un edificio».

Soprattutto quando si ha a che fare con adolescenti che devono essere «catturati e incoraggiati» dalla scuola, sottolinea la dirigente dell’istituto Trilussa, Fabiola De Paoli, entusiasta dell’esperienza con Exodus. Tanto da averla inserita nel Ptof, il Piano triennale dell’offerta formativa della scuola. «È un’opportunità non soltanto per i ragazzi e i docenti, ma per tutto il quartiere», sottolinea la preside. Che deve fare i conti, però, con tutta una serie di rigidità (dagli orari delle lezioni alla precarietà dei docenti, che cambiano di continuo), che rendono complicate attività non rientranti nei “canoni” classici della scuola. «Ma andiamo avanti perché abbiamo visto che questa nuova modalità piace ai ragazzi e, soprattutto, li fa crescere autonomi e consapevoli delle proprie potenzialità», conclude la dirigente.

Paolo Ferrario – “Avvenire”

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