SE UN RIMPROVERO SI TRASFORMA NELLA TRAGICA SOGLIA DI UN ABISSO

06/11/2021


Non so come incominciare perché mi trema la mano essendo io ancora figlio dei tempi del “carta e penna”. Suicidarsi con la pistola di papà a 19 anni per un rimprovero scontato (chi non ha ricevuto anche qualche cosa in più di un rimprovero perché era rincasato fuori tempo massimo?) sembra una cosa così assurda da renderla quasi impossibile solo dall’essere pensata. Nella testa di un adolescente possono convivere, come due gemelli, l’infinita voglia di vivere e la pari decisa voglia di farla finita? E fin dove arriva la voglia di vivere e la voglia di farla finita? Quale tipo di vita da vivere abbiamo trasmesso ai nostri figli? Può essere che noi adulti, con il nostro modo di comportarci, di parlare, di scegliere, abbiamo trasmesso una qualità di vita che i nostri figli hanno tradotto con il loro vocabolario e non con il nostro?

Possono il disagio, l’inquietudine, la solitudine arrivare fino a toccare la soglia degli abissi per un rimprovero? E se quello che noi chiamiamo abisso, tragedia, suicidio, fosse per loro l’unica luccetta che vedono? Possiamo domandarci seriamente se l’educazione, pian piano cancellata dalle nostre scelte quotidiane, stia provocando situazioni per noi mostruose e per loro vie d’uscita? La sensibilità degli adolescenti è aumentata freneticamente in questi due anni. E mentre agli adulti il Covid ha prodotto presenze-assenze, ha chiuso le porte di casa e ridotto le relazioni a telefonate, forse i nostri figli l’hanno vissuto, come il crollo dentro l’abisso, del loro avvenire.

Questa storia mi distrugge proprio perché mette insieme cose le più opposte: dolori immensi, inspiegabili, con la fatalità e la freddezza del gesto scelto. Quale può essere lo stato d’animo di un giovane che si suicida per un rimprovero? Un atto disperato, desolato, estremo oppure freddo come sono freddi i gesti mai pensati e quasi consumati così per caso? Questo dilemma, questa doppia visione della vita ci obbliga a rivedere come noi questa vita la stiamo trasmettendo. Purtroppo sono tutte domande perché sono le uniche cose che possiamo dirci, tra le lacrime.

don Antonio Mazzi – su “Famiglia Cristiana”